May312012

стоить над душой

Dal mio barbiere, seppure fossi arrivato mezz’ora dopo la pausa pranzo, non c’era un’ anima viva. Il guaglione getta subito la sigaretta e mi guarda annoiato, è l’inizio di un lungo strazio per entrambi. Il televisore strilla musica popolare, suonata dal vivo durante la festa della città di cinque anni fa. E’ estate dovrò pur capirlo, un giorno, che dal mio barbiere gli argomenti di conversazione non andranno oltre ciò che avviene nel nostro piccolo territorio: è il piacere di chi si sente padrone del proprio metro quadrato ed attende, impaurito e col fucile, lo straniero dietro la porta. L’afa mi consiglia di non pronunciare parola di ciò che è stato di me gli ultimi 3 mesi, e di fingere di essere aggiornato su tutti gli argomenti messi in mezzo, come se niente fosse realmente successo. Nonostante la decisione presa poco prima, ciò che ne esce è un lungo silenzio e la faccia irritata di una persona per niente disposta a facile comunicazione, una faccia che pare abbia intimidito addirittura il barbiere, il quale attende, invano, una mia sillaba per attaccare bottone. Al momento della ricevuta mi guarda offeso, io, per mettergli fretta, non alzo lo sguardo.

May62012

heima.

La posta dal dormitorio dista un buon paio di chilometri, la strada per raggiungerla è un vaso sanguigno che porta al cuore della città. Dopo un’ ormai incallita lezione universitaria del sabato, cuffie alle orecchie, approfitto dei minuti che mancano al pranzo per camminare verso il centro. Il cielo è coperto da nuvole dense e immobili, presenti ormai da settimane, hanno quella forma che pare dire non abbiamo alcuna intenzione di andarcene. Il sole timido e arreso rimane dietro passeggia dietro il muro, ma riverberando i suoi raggi Gsulla città, regalandole quel biancore che la neve, sciolta da tempo, non da’ più. Poche decine di metri dopo la partenza rallento il passo, non c’è alcun motivo di avere fretta, cerca la calma dentro di te, almeno oggi.

Il breve intervallo prima della decelerazione sposta il mio sguardo un po’ più in su, come quelle persone che conoscono a memoria la strada che stanno facendo e che potrebbero percorrerla ad occhi chiusi, quel gradino, quella fossa, il tombino, tre scalini, l’ultimo più grande degli altri. Sulla destra c’è un bar che si chiama Solnce, pur non essendoci mai stato è il mio punto di riferimento, ha un sole a forma di spirale come logo ed il suo giallo canarino elettrico stona col paesaggio come la corda di una chitarra che si rompe durante un concerto. Più ci si avvicina al centro, più i colori variano, si passa dal grigio al celeste, al blu, al rosso mattone, ed insieme ai colori si addensano anche gli edifici, il centro è un insieme di colori scelti da un daltonico, o da una persona dal gusto pessimo, ma lo percepisco come un’ingenuità, come se fosse stato un bambino a sceglierli.

La piazza Novosobornaja, nonostante il tempo atmosferico da funerale, è viva. Il disgelo ha permesso ai giardinieri di disegnare sui prati, regalando ai passanti più attenti una sosta piacevole ai loro occhi. E a contribuire è la fontana, fino a poco tempo fa coperta da teli di plastica, per evitare che si geli. Dietro la piazza un enorme parco, la voglia di entrare non è così irrefrenabile, sono solo, i passanti non sono rinomati per la loro tendenza ad attaccare bottone con gli sconosciuti, né tanto meno con stranieri, ed inoltre l’erba dei prati assume un verde spento quasi grigiastro, abbandonata dal sole nel compito periodico di dover rappresentare la primavera, come una donna, i suoi quattro figli affamati, ed un marito beone che non si fa vedere da giorni. Ma i pini sul marciapiede la aiutano, quegli alberi che creano una galleria, purtroppo voci di corridoio parlano di insetti vampireschi nel verde, quindi preferisco passare accanto.

 Segue il centro vero e proprio, il rumore delle canzoni techno proveniente dai negozi mi costringe ad alzare il volume a Svefn-g-englar, azionata da poco, dopo un tentativo fallito di scambiare  una chiacchiera con una ventiduenne di ghiaccio, dopo aver soccorso il bambino inciampato in corsa che supponevo fosse suo fratello ma, col senno di poi, figlioletto. Ma va bene così, per stamattina freno la lingua, ma non i pensieri. Comincia il solito gioco dell’inventare storie di vita ai passanti, gioco non tanto stupido quanto quello di abbassare il volume del televisore e doppiare le battute dei personaggi di un’americanizzata sit com russa. A passo svelto sfreccia e mi supera una minigonna decorata con gli abitanti di South Park uno sopra l’altro, il giubbino di pelle, orecchino nero e capello corto platinato: sono la studentessa di economia e commercio, non ho alcuna idea di cosa stia succedendo al mio paese ma sono certa che è una merda, pertanto ho un look da donna emancipata, ma non rinuncio a mostrare le mie cosce toste ai passanti come il 99% delle abitanti della città. Stavolta sono io a scavalcare una signora sulla cinquantina, ha il viso consumato e va molto lenta, l’abbigliamento non mi suggerisce di più del suo guardo spento e un po’ rattristato: sono la madre di quattro figli, non ho un lavoro, lo scontrino del supermercato è un coltello nello stomaco, non c’è nessuno qui che mi dia una mano, ma non sia mai che mio marito non trovi il suo piatto al ritorno da lavoro.  I prossimi sono un paio di ragazzi che sghignazzano parlando sottovoce: studiamo per lavorare nelle grandi compagnie petrolifere che ci pagano gli studi, l’alloggio e ci offrono un posto di lavoro presto e subito se facciamo il nostro dovere, e non sfioriamo minimamente l’idea che passeremo il nostro futuro in catene con una palla al piede, la creatività non è il nostro forte, le nostre ragazze, che per alcuni sono già mogli, passano tutto il tempo da noi a cucinarci e a darci piacere nel dormitorio pur non vivendoci, quindi costrette ad andarsene alle undici di sera se non riusciamo a convincere la guardia, perché no, magari con qualche mazzetta.

Rallento di nuovo il passo, meravigliato di come dopo così poco tempo riesca a leggere tra le righe ciò che c’è intorno a me. Non che queste storie inventate abbiano senso, ma la sensazione che siano quasi vere è forte. Vorrei tanto fosse così per convincermi di essermi ambientato, vorrei tanto non fosse così, per loro. Vorrei che questo posto diventasse la mia casa, ma vorrei anche che le somigliasse.

Veloci quattro scalini per la posta, esco dopo cinque minuti, è ora di tornare a casa, brontola il mio stomaco. Sulla strada del ritorno si squarcia il muro di nuvole e compare il sole, ma la serra di nuvole rende la sua presenza più un fastidio che altro, avresti dovuto pensarci prima. Il sole offeso si ritira e il cielo si oscura. Comincia a piovere, piano piano, piano, forte, più forte, sempre più forte. Non fa nulla, me la godo dalla finestra della mia camera, il tè come complice.

6/5/2012
@Tomsk
ost: http://bit.ly/AFXro

May32012

20:43

[sollievo dopo i formicolii della suggestione (nonèuntitolo)]
Una mano sulla spalla al tramonto che ti parla. Lo scirocco dopo giorni di gelo, un drago soffia via le nuvole. Il legno si illumina, uccelli volano a iperbole. La cannella con il miele. Sorrisi, lentezza ma anche ordine: abbracci spontanei davanti ai semafori. Il calore nei colori, dolci colpi di scena: un’ orchestra di odori.

ost: http://bit.ly/9tjLau 

April292012
spezziamo le lancette agli orologi.

spezziamo le lancette agli orologi.

April242012

fiacco di neve

Come se fosse stato il cielo grigio e bigio a chiudermi in casa ed ordinarmi di scrivere e comporre qualcosa, che è una di quelle cose che avrei fortemente voluto fare nonostante non sapessi come, lo stesso umore che si prova davanti a straordinari pianisti, l’istante in cui si invidiano le loro mani.

Tre ore passate dietro una scrivania ed il tappeto di nuvole non ha distolto il suo sguardo sulla mia finestra, il sole pare essersi arreso al tentativo di sfondare il muro bianco, ed è sera prima del solito. Per tre ore la mia stanza è stata un non-luogo, una sala d’attesa di un aeroporto dove il tempo può risultare fatale in assenza di un modo per farlo passare. A far più male è quell’acido lattico che arriva al cervello, quando dopo così tanti giorni pieni di vita, tutto risale dal basso verso l’alto dandoti un pugno sul muso, ma dal di dentro. Quello è l’istante prima di andare a dormire, la smorfia di dolore si trasforma in un sorriso che non sfugge all’ attenzione del compagno di stanza: mi domanda con lo sguardo perplesso, senza fiatare, io gli rispondo sbattendo le palpebre e cadendo a peso morto sul materasso.

@Tomsk
23.4.2012
ost: http://bit.ly/97IHLl 

May92011

До свиданья, друг мой, до свиданья.

До свиданья, друг мой, до свиданья.
Милый мой, ты у меня в груди.
Предназначенное расставанье
Обещает встречу впереди.
До свиданья, друг мой, без руки, без слова,
Не грусти и не печаль бровей,-
В этой жизни умирать не ново,
Но и жить, конечно, не новей.

С. Есенин, 1925

Arrivederci, amico mio, arrivederci, 
tu sei nel mio cuore. 
La predestinata separazione 
un futuro incontro promette. 

Arrivederci amico mio, 
senza strette di mano e parole, 
non rattristarti e niente 
malinconia sulle ciglia: 
morire in questa vita non è nuovo, 
ma più nuovo non è nemmeno il vivere.
[S. Esenin]
 

May12011
[Flash 9 is required to listen to audio.]

Gitta
“Spoons” 

(2 plays)
April262011

ioanon-deactivated20110627 asked: Sei pessimo!
1. Dovresti levare l'indirizzo di Tumblr dalle info di Facebook.
2. Dovresti abilitare le domande anonime (magg' put' creà un altro account xD)

Ciao Gian :D

prego?

March282011

Cammina lei, adesso, con le mie gambe.

Entro nel vestibolo a sinistra, e riesco nella rampa del cancello, inghiajata e incassata tra i fabbricati del secondo reparto, il Reparto Fotografico o del Positivo. In qualità d’operatore ho il privilegio d’aver un piede in questo reparto e l’altro nel Reparto Artistico o del Negativo. E tutte le meraviglie della complicazione industriale e così detta artistica mi sono familiari.

Qua si compie misteriosamente l’opèra delle macchine. Quanto di vita le macchine han mangiato con la voracità delle bestie afflitte da un verme solitario, si rovescia qua, nelle ampie stanze sotterranee, stenebrate appena da cupe lanterne rosse, che alluciano sinistramente d’una lieve tinta sanguigna le enormi bacinelle preparate per il bagno.

La vita ingojata dalle macchine è lì, in quei vermi solitarii, dico nelle pellicole già avvolte nei telaj. Bisogna fissare questa vita, che non è più vita, perché un’altra macchina possa ridarle il movimento qui in tanti attimi sospeso. Siamo come in un ventre, nel quale si stia sviluppando e formando una mostruosa gestazione meccanica. E quante mani nell’ombra vi lavorano! C’è qui un intero esercito d’uomini e di donne: operatori, tecnici, custodi, addetti alle dinamo e agli altri macchinarii, ai prosciugatoj, all’imbibizione. ai viraggi, alla coloritura, alla perforatura della pellicola, alla legatura dei pezzi. Basta ch’io entri qui, in quest’oscurità appestata dal fiato delle macchine, dalle esalazioni delle sostanze chimiche, perché tutto il mio superfluo svapori.

Mani, non vedo altro che maní, in queste camere oscure; mani affaccendate su le bacinelle; cui il tetro lucore delle lanterne rosse dà un’apparenza spettrale. Penso che queste mani appartengono ad uomini che non sono più; che qui sono condannati ad esser mani soltanto: queste mani, strumenti. Hanno un cuore? A che serve? Qua non serve. Solo come strumento anch’esso di macchina, può servire, per muovere queste mani. E così la testa: solo per pensare ciò che a queste mani può servire. E a poco a poco m’invade tutto l’orrore della necessità che mi s’impone, di diventare anch’io una mano e nient’altro. Vado dal magazziniere a provvedermi di pellicola vergine, e preparo per il pasto la mia macchinetta.

Assumo subito, con essa in mano, la mia maschera d’impassibilità. Anzi, ecco: non sono più. Cammina lei, adesso, con le mie gambe. Da capo a piedi, son cosa sua: faccio parte del suo congegno. La mia testa è qua, nella macchinetta, e me la porto in mano. Fuori, alla luce, per tutto il vastissimo recinto, è l’animazione gaja delle imprese che prosperano e compensano puntualmente e lautamente ogni lavoro; quello scorrer facile dell’opera nella sicurezza che non ci saranno intoppi e che ogni difficoltà, per la gran copia dei mezzi, sarà agevolmente superata; una febbre anzi di porsi, quasi per sfida, le difficoltà più strane e insolite, senza badare a spese, con la certezza che il danaro, speso adesso senza contarlo, ritornerà tra poco centuplicato.  

Scenografi, macchinisti, apparatori, falegnami, muratori e stuccatori, elettricisti, sarti e sarte, modiste, fioraj, tant’altri operaj addetti alla calzoleria, alla cappelleria, all’armeria, ai magazzini della mobilia antica e moderna, al guardaroba, son tutti affaccendati, ma non sul serio e neppure per giuoco.

Solo i fanciulli han la divina fortuna di prendere sul serio i loro giuochi. La meraviglia è in loro; la rovesciano su le cose con cui giuocano, e se ne lasciano ingannare. Non è più un giuoco; è una realtà meravigliosa.

Qui è tutto il contrario. Non si lavora per giuoco, perché nessuno ha voglia di giocare. Ma come prendere sul serio un lavoro, che altro scopo non ha, se non d’ ingannare - non se stessi - ma gli altri? E ingannare, mettendo sù le più stupide finzioni, a cui la macchina è incaricata di dare la realtà meravigliosa? Ne vien fuori, per forza e senza possibilità d’inganno, un ibrido giuoco. Ibrido, perché in esso la stupidità della finzione tanto più si scopre e avventa, in quanto si vede attuata appunto col mezzo che meno si presta all’inganno: la riproduzione fotografica. Si dovrebbe capire che il fantastico non può acquistare realtà, se non per mezzo dell’arte, e che quella realtà, che può dargli una macchina, lo uccide, per il solo fatto che gli é data da una macchina, cioè con un mezzo che ne scopre e dimostra la finzione per il fatto stesso che lo dà e presenta come reale.

Ma se è meccanismo, come può esser vita, come può esser arte? E quasi come entrare in uno di quei musei di statue viventi, di cera, vestite e dipinte. Non si prova altro che la sorpresa (che qui può essere anche ribrezzo) del movimento, dove non è possibile l’illusione d’una realtà materiale. E nessuno crede sul serio di poterla creare, quest’illusione. Si fa alla meglio per dar roba da prendere alla macchina, qua nei cantieri, là nei quattro teatri di posa o nelle piattaforme. Il pubblico, come la macchina, prende tutto.

Si fan denari a palate, e migliaja e migliaja di lire si possono spendere allegramente per la costruzione d’una scena, che su lo schermo non durerà più di due minuti. Apparatori, macchinisti, attori si dànno tutti l’aria d’ingannare la macchina, che darà apparenza di realtà a tutte le loro finzioni. Che sono io per essi, io che con molta serietà assisto impassibile,girando la manovella, a quel loro stupido giuoco?

[L. Pirandello - I Quaderni di Serafino Gubbio operatore]

March262011
a happy slice of life

a happy slice of life

(via freevo)

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